Fiamme e devastazione continuano a sconvolgere il Medio Oriente. Questa volta è stato il fuoco a distruggere la Tomba di Giuseppe a Nablus, in Cisgiordania, dove la notte scorsa centinaia di giovani palestinesi hanno lanciato bottiglie incendiarie contro questo che rappresenta uno dei luoghi simbolo della religione ebraica e cristiana nell’est del Paese.
Secondo i media israeliani che riportano l’episodio, forze di sicurezza palestinesi intervenute sul posto avrebbero disperso la dimostrazione prendendo il controllo del luogo.
Un episodio che giunge all’indomani delle dichiarazioni delle forze di Hamas – il Movimento Islamico di Resistenza – che ieri, da Gaza, avevano proclamato una “giornata di collera” a Gerusalemme Est e in Cisgiordania.
La notizia dell’incendio nell’ edificio che ospita la Tomba di Giuseppe ha destato collera nel governo israeliano. «Gli stessi palestinesi – ha commentato il ministro Uri Ariel del partito nazionalista Focolare ebraico – mentre mentono sfrontatamente quando denunciano un asserito cambiamento da parte nostra dello status quo nel Monte del Tempio, a loro volta profanano e bruciano un luogo sacro all’ebraismo».
La Tomba di Giuseppe – un santuario venerato da ebrei e musulmani – racchiude, secondo la tradizione, sotto una grande pietra, le spoglie del personaggio biblico figlio di Giacobbe e di Rachele, divenuto influente consigliere del Faraone d’Egitto. Si tratta di un edificio da sempre luogo di aspri attriti fra israeliani e palestinesi, a partire dal momento in cui Nablus ottenne lo status di città autonoma palestinese e la Tomba rimase al suo interno come ”enclave” aperta al culto ebraico. Dopo gli scontri avvenuti nel 1996, nel 2000 e nel 2002, in base ad accordi fra Israele e l’Autorità nazionale palestinese, gruppi organizzati di fedeli ebrei hanno accesso una volta al mese alla Tomba di Giuseppe, scortati dall’esercito israeliano.
Samantha De Martin