“La proposta iniziale avrebbe intaccato la cultura a favore delle scelte del mercato. Contestiamo questo aspetto, ma ritengo che sia opportuna una riflessione a 360 gradi, perché altrettanto la linea non può essere solo protezionistica. Dobbiamo trovare strumenti che consentano alle strutture chiuse di riaprire, preservando la vocazione culturale”. La pensa così Antonella Melito, consigliera dell’Assemblea capitolina e vicepresidente della commissione urbanistica di Roma, che in un’intervista a Lumsanews torna sulla vicenda dei cinema chiusi. Per Melito, la chiusura definitiva di una sala “non dipende dagli anni di abbandono, tanto meno da logiche di mercato, ma dall’utilità di un presidio culturale a livello territoriale”, che troppo spesso è mancato.
Melito, dopo l’appello di attori e registi, il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, ha accettato un incontro con i rappresentanti della filiera del cinema e dell’audiovisivo. Crede che alla fine si arriverà a una soluzione in grado di mettere d’accordo tutti?
“Io penso che la giunta Rocca dovrà inevitabilmente fare passi indietro rispetto alla prima proposta uscita dalla commissione. Ringraziamo il mondo del cinema per la mobilitazione di questi giorni. Io mi auguro che si arrivi a una soluzione che riesca a mettere come priorità il rilancio multifunzionale di queste strutture, preservando la vocazione culturale e quindi salvaguardando spazi dedicati al cinema”.
Nelle fasi più calde dello scontro a distanza con le opposizioni, il presidente Rocca ha accusato la sinistra di aver trasformato i cinema romani in sale bingo. È davvero così?
“Rocca dovrebbe domandarsi perché la sua giunta ha proposto di snaturare totalmente quelle leggi regionali che tutelavano una importante percentuale destinata alla cultura. Non è possibile dare strumenti che facilitino la conversione della destinazione d’uso delle sale cinematografiche e poi cambiare totalmente idea sulla necessità di una mappatura. Ben venga mappare le sale della Capitale, ma faccio notare che tale richiesta è stata avanzata e ben strutturata in una delibera bipartisan a mia prima firma, che attende di essere calendarizzata in aula Giulio Cesare.”
La crisi delle sale romane però è un fattore endemico. I cinema chiudevano anche con giunte di centrosinistra.
“La sinistra, intervenendo sulla modifica delle norme tecniche del piano regolatore, si è dotata di uno strumento volto a contrastare la chiusura definitiva di queste strutture, permettendo di accogliere destinazioni d’uso affini. E lo ha fatto consentendo questa possibilità non soltanto per le strutture del centro storico come era da Prg (piano regolatore generale, ndr) del 2008, ma superando tale logica al fine di recuperare e valorizzare il patrimonio edilizio già esistente, evitando ulteriore consumo di suolo e con l’obiettivo di riequilibrare la distribuzione territoriale delle sale cinematografiche riconosciute come presidi culturali da tutelare e valorizzare”.
Il cambio di destinazione dei cinema rientra nella proposta di legge sulla semplificazione urbanistica proposta dalla giunta Rocca che voi avete contestato duramente. Perché?
“Perché toglieva la possibilità delle percentuali 70/30 sostanzialmente ribaltandolo; meno cultura a favore delle scelte del mercato. Si contesta quell’aspetto, ma ritengo che sia opportuna una riflessione a 360 gradi, perché altrettanto la linea non può essere solo protezionistica ma dobbiamo trovare strumenti che consentano alle strutture chiuse di riaprire, preservando la vocazione culturale. Le percentuali devono da un lato assicurare la tutela della cultura e dello spettacolo del cinema in sala, dall’altro riconsiderare questi luoghi come spazi multifunzionali, spazi di incontro, che vanno dalla musica alla gastronomia, dalle librerie ai cinema. Rocca invece è partito da una proposta che taglia di netto i rami secchi”.
L’apertura di Rocca dei giorni scorsi lascia ben sperare?
“Siamo contenti che abbia cambiato idea, grazie anche alla mobilitazione del mondo del cinema e dopo averli incontrati. Prima di capire come trattare una sala chiusa è necessario uno studio approfondito sul modo di fruizione di quello spazio; poi si comprende se quella sala sia meglio chiuderla o meno. Non dipende dagli anni di abbandono, tanto meno da logiche di mercato, ma dall’utilità di un presidio culturale a livello territoriale. Siamo disponibili a collaborare alla mappatura su Roma come abbiamo proposto due anni fa. Oggi è il momento giusto”.