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Il Venezuela piange il “condottiero” Chàvez. E il suo vice parla di un complotto: «Contagiato dal nemico».

di Marcello Gelardini06 Marzo 2013
06 Marzo 2013

La notizia era nell’aria; la nazione era preparata da tempo. Sono quasi le 23 martedì sera in Italia quando Nicolàs Maduro, vicepresidente del Venezuela, annuncia tra le lacrime: La lunga agonia di Hugo Chàvez è giunta a conclusione». Il presidentissimo non è riuscito a vincere la sua battaglia contro il tumore; eppure fino all’ultimo lo hanno sperato in molti.

Nonostante i continui ricoveri, che negli ultimi due anni lo avevano costretto a fare la spola tra Caracas e l’Avana (ospite dell’amico e mentore Fidél Castro) e il ripresentarsi della malattia (l’11 dicembre scorso l’ennesima operazione) anche lui era apparso fiducioso; poi, il 18 febbraio, il ritorno in patria. Da allora nessuna notizia ma solo rumors sull’aggravamento; fino al tweet di ieri scritto dalla figlia Maria Gabriela: «Siamo nelle mani di Dio».
L’ipotesi del complotto. La malattia di Chàvez, però, si tinge di giallo. Caracas sostiene che il Presidente è stato vittima di un complotto, contagiato volontariamente per destabilizzare il Venezuela e interrompere la sua infinita ascesa; e, ancora una volta, il dito è puntato contro il suo nemico storico: gli Stati Uniti. Il segnale è arrivato proprio nelle ore in cui si diffondeva la notizia di un aggravamento delle condizioni di Chàvez: dapprima con l’espulsione di due addetti militari dell’ambasciata statunitense, accusati di aver sabotato il sistema elettrico del Paese alcuni giorni fa per generare il caos; poi con la frase ad effetto di Maduro, «il tumore che ha ucciso il Presidente è frutto di un attacco dei suoi nemici».
Proprio Chàvez aveva usato la tesi del “cancro inoculato” in tempi non sospetti quando, uno dietro l’altro, si ammalarono i suoi principali alleati: Lula, Dilma Rousseff e Cristina Kirchner; la sinistra latinoamericana, secondo lui, era sotto un attacco imperialista; poi tutto rientrò. Ma Chàvez ne aveva, eccome, di nemici: il suo “socialismo del XXI secolo” era col tempo diventato una formula vincente per un continente intero. A partire dal 4 febbraio 1992, quando un fallito golpe militare contro l’allora Presidente Perez fece conoscere il giovane fondatore del “Movimento bolivariano rivoluzionario200”(riferendosi ai 200 anni dalla nascita di Bolìvar, da sempre fonte d’ispirazione della rivoluzione di Chàvez).
L’inarrestabile scalata al potere. Da quel momento è storia: un secondo tentativo di colpo di Stato, l’arresto, l’incontro folgorante con Castro, la rapida ascesa fino al 6 novembre 1998, quando Chàvez divenne per la prima volta Presidente Venezuelano. Un progetto a lungo termine, il suo: le riforme costituzionali con cui allungò il mandato presidenziale (portandolo a 6 anni) rendendolo potenzialmente “perenne”; tre elezioni consecutive vinte (2000, 2006, 2012) e, in mezzo, un potere che si è fatto assoluto.
Personaggio controverso, Chàvez, ma indubbiamente determinato; sono i fatti a parlare: controllo della Pdvs, la holding del petrolio (vera ricchezza del Venezuela); controllo dell’informazione ed epurazione del dissenso; controllo delle dinamiche politiche di Centro e Sud America; rottura delle relazioni diplomatiche con Washington (ostacolo principale al progetto espansionistico); ricerca spasmodica di nuove alleanze (Cuba, Cina e Iran i partner privilegiati); una nazione inginocchiata ai suoi piedi.
Un socialismo dal volto duro capace di coinvolgere le masse in una vera e propria crociata antimperialista e anticapitalista che ha fatto proseliti in tutta l’area. Un modello imitato da molti: in Argentina, dal neoperonismo di Cristina Kirchner; in Brasile, prima da Lula ed ora dalla Rousseff; in Bolivia dal “presidente indio” Evo Moralez; in Ecuador, dal presidente soldato Rafael Correa; in Nicaragua, dal sandinista Daniel Ortega.
Uno di loro, ora, avrà l’onere di raccogliere il testimone di Chàvez e tentare di portare a compimento quella (presunta) rivoluzione sociale e culturale che il male ha interrotto prematuramente.

Marcello Gelardini

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