Sul web la mafia naviga in incognito. È uno scenario inquietante quello delineato dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che l’11 febbraio 2025 ha portato a 181 arresti. Il maxi blitz è solo l’ultimo, in ordine di tempo, a far emergere le attività illecite di Cosa nostra e ‘ndrangheta sul dark web. Attività difficili da monitorare, quasi impossibili da smascherare. Lo conferma a Lumsanews il procuratore della Repubblica di Napoli Nicola Gratteri: “Sebbene siano state effettuate operazioni di successo come l’operazione Silk Road, gli strumenti e le risorse disponibili per monitorare efficacemente queste reti restano limitati”.
Non più coppola e lupara, ora le armi mafiose sono i messaggi crittografati
Per i capimafia è più facile sia acquistare che vendere armi e droga nella parte più nascosta di internet. Non solo. Perché grazie all’uso di smartphone con software criptati anche i summit tra mandamenti sfuggono ai controlli delle autorità. “Si tratta dei criptofonini, cellulari simili a quelli degli anni ‘90, senza connessione a internet, fotocamere e geolocalizzazione, che sfruttano sistemi di doppia cifratura che consentono una comunicazione sicura”, spiega a Lumsanews Antonio Nicaso, saggista ed esperto di criminalità organizzata.
Le conversazioni, dunque, sono impossibili da rintracciare e decifrare. Come sottolinea Paolo Del Checco, informatico forense, “questi sistemi sono incompatibili con gli strumenti standard. Non c’è la possibilità di installare captatori o trojan, cosa che invece può avvenire negli altri telefoni”. Inoltre, “una volta trovato il cellulare durante i sequestri, è impossibile riuscire a entrarci senza avere le credenziali e, anche avendole, spesso non si può tirare fuori ciò che serve perché le chat sono già state cancellate oppure non si riescono a esportare”.
Gratteri: “Intercettazioni cruciali, ma vanno adattate alle nuove tecnologie”
L’uso di sistemi di comunicazioni crittografate rende i boss quasi invulnerabili. Così diventa “più difficile per le forze dell’ordine ottenere informazioni vitali attraverso le tradizionali intercettazioni telefoniche”, racconta Gratteri. Le intercettazioni rimangono ancora uno “strumento cruciale” nella lotta al crimine, ma “la loro efficacia deve essere adattata all’evoluzione delle modalità di comunicazione utilizzate dalle mafie”, specifica. L’adattamento degli strumenti di controllo, però, non può prescindere dall’aggiornamento della legislazione internazionale e nazionale che deve favorire la cooperazione tra imprese e autorità “nel rispetto della privacy e anche per garantire la sicurezza collettiva”. In questo senso, secondo Gratteri “vanno nella giusta direzione la direttiva europea che consente la confisca delle criptoattività e la convenzione sul cybercrime approvata a dicembre 2024 dall’Assemblea delle Nazioni Unite”.
Bitcoin e riciclaggio, la lotta al crimine si combatte nel cyberspazio
La mafia, pur lucrando in parte con i vecchi metodi, cavalca l’onda dello spazio digitale anche per il riciclaggio di denaro tramite criptovalute. Come si legge nel rapporto “Cyber organized crime. Le mafie nel cyberspazio”, curato dalla Fondazione Magna Grecia e presentato alle Nazioni Unite nel 2024, la criminalità organizzata ricicla i profitti illegali tramite asset virtuali e bitcoin.
“La difficoltà nell’identificare i criminali – sottolinea il procuratore della Repubblica di Napoli – aumenta a causa dell’anonimato fornito da tecnologie come Tor e monete virtuali”. Ecco perché le forze dell’ordine non solo “devono specializzarsi sulle tecniche avanzate di sorveglianza e investigazione digitale” ma “devono analizzare i big data per identificare possibili reati e modelli di comportamento”. Il presupposto è quello di “individuare attività sospette senza decriptare direttamente ogni singola comunicazione” e, quindi, “senza compromettere l’integrità delle indagini”.Anche secondo Nicaso “il capitale sociale delle mafie si sta specchiando nell’acquisizione di nuove competenze sul fronte informatico” e nello sfruttamento di abilità altrui. “Ci sono organizzazioni criminali che assumono hacker e ingegneri informatici per estrarre bitcoin e investirli su piattaforme clandestine di trading”, sottolinea l’esperto. Che aggiunge come “l’interesse delle mafie verso le monete virtuali è cresciuto da quando il presidente americano Donald Trump ha annunciato l’introduzione della sua criptovaluta, proclamandosi primo criptopresidente”.
Mafie sempre più social: la nuova frontiera del narcotraffico
Tra le piattaforme usate dalle mafie per riciclare denaro, anche i social network. Sul punto Pietro Garofalo, tenente della sezione cyber del nucleo investigativo dei carabinieri di Roma, chiarisce che “esistono dei canali Telegram dove vengono creati gruppi di chat. Queste sessioni sono gestite da soggetti che consentono l’ingresso solo a determinate persone per effettuare una vera e propria attività di spaccio”. Telegram, infatti, “è una piattaforma di messaggistica criptata end to end: soltanto chi scrive e chi riceve ha la chiave di cifratura e può leggere il messaggio”.
Le forze dell’ordine riescono a monitorare questa attività di narcotraffico anche dal piccolo spacciatore a cui viene sequestrato il telefono durante una perquisizione. “Così scopriamo l’esistenza di queste chat ed effettuiamo delle copie forensi che ci consentono di venire a conoscenza di un’attività di spaccio”.
L’Arma dei Carabinieri, inoltre, si avvale di “esperti informatici che si occupano di indagini telematiche e trattano materie finalizzate alla gestione dei software”.
Sicurezza nazionale, mancano investimenti nel settore tech
Ma per combattere ad armi pari servono maggiori investimenti nel settore tech. Il nostro Paese, infatti, sconta un gap tecnologico, con infrastrutture informatiche non aggiornate. Il rischio è che l’Italia resti ancora a lungo nel mirino degli hacker criminali. Guardando ai dati dell’ultimo rapporto Clusit, l’associazione italiana per la sicurezza informatica, l’Italia subisce il 10% degli attacchi globali. Oltre un terzo degli incidenti, inoltre, è causato da software dannosi come i malware. Statistiche che impongono una riflessione sulle sfide che lo Stato e le autorità devono affrontare anche nella lotta alle mafie ibride e interconnesse.
La legge 90/2024, che rafforza la cybersicurezza nazionale e aggiorna le norme contro i reati informatici, rappresenta un primo passo. “Ma la criminalità organizzata”, avverte Gratteri, “è molto abile nell’adattarsi alle nuove tecnologie. Il dark web offre alle mafie e ad altri gruppi criminali un terreno fertile per attività illecite come il traffico di droga, armi, dati rubati e persino attività di riciclaggio di denaro”. Lo Stato lavora in sinergia con le agenzie internazionali anticrimine. “Il problema”, conclude il procuratore capo di Napoli, “è che la criminalità organizzata è abilissima nell’adattarsi alle nuove tecnologie”.