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HomeCronaca Carceri, l’esperta Letizia Caso: “Vi spiego gli effetti psicologici degli Ipm sui minori”

“I danni del decreto Caivano
e il rischio emulazione
della serie tv Mare Fuori”

La docente Letizia Caso a Lumsanews

“Ecco gli effetti del provvedimento"

di Sofia Landi24 Marzo 2025
24 Marzo 2025
carceri minorili

Le sbarre di un carcere | Foto Unsplash

Rai Play in crash e fan impazziti. È l’effetto Mare Fuori, la serie tv che ha conquistato milioni di telespettatori. Una fiction che ha fatto luce su un contesto spesso dimenticato: il sistema di detenzione minorile. Ma il ritratto che viene proposto della cella è stato criticato per la sua scarsa attinenza alla realtà. Oggi più che mai, come segnala l’Associazione Antigone, l’ambiente versa in condizioni drammatiche per l’introduzione del decreto Caivano. Qual è lo stato psicologico dei giovani detenuti? C’è un rapporto tra realtà e finzione? Lumsanews lo ha chiesto a Letizia Caso, docente dell’Università Lumsa di Roma, esperta di psicologia sociale e giuridica. 

Letizia Caso, docente Lumsa

Professoressa Caso, quali sono ad oggi le principali carenze del sistema di detenzione sotto il profilo del supporto psicologico?

“C’è soprattutto una difficoltà di lavoro con i minori. Anche se nel carcere minorile, rispetto a quello per adulti, c’è una maggiore attenzione a questo aspetto. Il problema è che c’è stato un cambiamento dell’adolescenza e dei giovani rispetto al passato, soprattutto culturale. Quindi bisogna rispondere a nuove esigenze e nuove fragilità. E poi il decreto Caivano allunga i tempi di permanenza del minore nel circuito penale, interrompendo la continuità educativa e socializzante”.

Secondo l’Associazione Antigone, infatti, il decreto Caivano sta avendo effetti negativi sul sistema della giustizia minorile. Tra questi, un più facile trasferimento dei ragazzi nelle carceri per adulti al compimento del diciottesimo anno d’età. Che ripercussioni ci sono sui giovani?

“È terribile. I ragazzi hanno bisogno di progetti che sono diversi da quelli per gli adulti, che invece, in alcuni casi, hanno già alle spalle una carriera criminale. Finire in un carcere per adulti è un fatto grave. Poi il decreto Caivano comporta un inasprimento delle pene, soprattutto per alcuni tipi di comportamenti. E non si può dare ai giovani una risposta repressiva o punitiva”. 

Come spiega l’enorme successo di contenuti e produzioni cinematografiche a sfondo criminale? Basti pensare a Mare Fuori, ma anche a Gomorra e Suburra

“C’è un bellissimo libro di Robert Simon, ‘I buoni lo sognano i cattivi lo fanno’, che ci dice che il confine tra il bene e il male è molto sottile. Possiamo dire di essere buoni perché esiste il male. Quindi il male è qualcosa che attrae tutti. Lo vogliamo conoscere. E perché vogliamo? Perché essendo una parte di noi, siamo interessati a conoscerla. Questa è la spiegazione che io, da psicologa, posso dare”. 

Serie come Mare Fuori, lungi dall’essere programmi a scopo informativo o docu-fiction, rappresentano chiaramente prodotti romanzati. Esiste un effettivo rischio di emulazione da parte dei ragazzi?

“Sicuramente nei giovani esiste il rischio di emulazione, come per tutte le cose. Sono più a rischio gli individui che hanno già una povertà culturale, una condizione ambientale sfavorevole, familiari che delinquono. Insomma, condizioni di rischio già di partenza. Non è che se mio figlio di 16 anni vede Mare Fuori, decide di voler fare il criminale solo perché ha guardato la serie. L’emulazione non è qualcosa di assoluto, succede quando si verifica un corto circuito con alcuni elementi di background”.

Aldilà di questo pericolo, crede che una visione più rosea delle carceri minorili, quale quella restituita dalla serie Rai, possa spingere i ragazzi a sottovalutare le conseguenze dei reati e la detenzione in un Ipm?

“Mi dispiace quando c’è un’eccessiva romanticizzazione, perché si crea solo il rischio di far pensare che chi va in carcere fa una sorta di vacanza. Secondo me tutti i cittadini dovrebbero almeno una volta nella vita fare un giro in un carcere. Lo dico sempre, anche ai miei studenti. Sicuramente i ragazzi detenuti non sono persone che stanno come in Mare Fuori. Sono molto sofferenti, hanno timore, l’angoscia di tornare liberi, del pregiudizio degli altri, oltre alla paura di non essere riaccolti in società. Poi io capisco che nessuno vuole vedere la gente che soffre e che questo non farebbe sicuramente audience, però forse potremmo essere più realistici”. 

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