La luna di miele tra Franco Battiato e il mondo della politica si conclude nel più brusco dei modi; sono bastate poche, pesanti, parole. Un fulmine a ciel sereno quello che, nel pomeriggio di ieri, ha lasciato tutti di stucco e, in tempo reale, ha scatenato un’ondata infinita di polemiche e affondi contro l’artista, portando il governatore della Sicilia Crocetta a sollevarlo dall’incarico di assessore alla Cultura della sua Giunta.
La frase incriminata. Sono le 13 di ieri a Bruxelles quando Battiato, nel corso di un incontro al Parlamento europeo per presentare una campagna di promozione del turismo sull’Isola, lancia il suo affondo contro le donne in politica. Battiato parla della sua infanzia, del suo rapporto speciale con la zia sarta e con le sue aiutanti, «15 ragazzine che facevano impazzire gli uomini»; poi, improvviso, il paragone con l’attualità: «loro non erano serve dei padroni, così diverse dalle troie che ci sono oggi in Parlamento e che farebbero meglio ad aprire un casino». Frasi dure, durissime, senza giri di parole. Un attacco che, indirettamente, chiama in causa le istituzioni. E proprio dalle istituzioni arriva la pronta reazione.
Le reazioni. Indignata la neo presidente della Camera, Laura Boldrini, doppiamente coinvolta: «Stento a credere che un uomo di cultura come Battiato — ha tuonato la Boldrini in Aula — abbia pronunciato parole tanto volgari; da donna e da presidente della Camera respingo nel modo più fermo l’insulto mosso alla dignità del Parlamento». Spontaneo l’applauso dei colleghi. Dopo poco è il turno del presidente del Senato, Pietro Grasso, che si rivolge direttamente al governatore siciliano Crocetta, esprimendo «disagio» per l’accaduto. Di minuto in minuto si moltiplicano le richieste di scuse, qualcuno sollecita una rettifica, altri parlano di dimissioni; una questione che, per una volta, unisce le forze politiche: il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ritiene le parole di Battiato «un’offesa alle donne e alle istituzioni»; Daniela Santanché lo invita a tornare a fare il cantautore; mentre Ignazio La Russa, parafrasando una sua vecchia canzone, parla di «centro di gravità inaudita». Critiche pesanti anche dall’ex capogruppo Pd al Senato, Anna Finocchiaro, e dal suo successore, Luigi Zanda; l’eurodeputato Rita Borsellino, invece, gli consiglia di rimettere il mandato. Interviene anche Nichi Vendola: «Battiato è una persona elegante — il commento del leader di Sel — perché da politico deve involgarirsi? Penso debba chiedere scusa».
Tentativi di conciliazione. L’ultimo a parlare, a tarda sera, è Crocetta: «Lo chiamerò domattina e ne parleremo». Qualcuno, soprattutto sul web, cerca di difenderlo; ma sono veramente pochi. Alla fine arriva la tanto agognata precisazione del cantante; «Non volevo offendere nessuno — si difende Battiato — mi riferivo alle passate stagioni parlamentari che ogni italiano di buon senso vuole dimenticare. Le mie frasi sono state travisate». Troppo poco; troppo tardi per ricucire lo strappo. Oggi la decisione di Crocetta e l’uscita forzata dalla Giunta siciliana.
Nel 1991 Battiato cantava: «Povera patria, schiacciata dagli abusi del potere di gente infame che non sa cos’è il pudore». In questi vent’anni, evidentemente, il suo punto di vista non è poi così cambiato.
Marcello Gelardini