Il 27 settembre la Catalogna torna al voto. Niente indipendenza stavolta, ma solo la composizione del futuro governo regionale. Dopo le ambizioni disattese della consultazione del 9 novembre 2014, promosse dall’attuale presidente della regione Artur Mas, i cittadini catalani torneranno ad esprimersi.
Mas ha una storia governativa di ormai tre anni: eletto nel 2012, il leader di CDC (Convergenza Democratica per la Catalogna) aveva basato la sua campagna elettorale sulla spinta indipendentista della regione dal governo centrale di Madrid. Un obiettivo che però, alla vigilia del referendum, venne clamorosamente frenato. Fu allora che la Corte Costituzionale, infatti, espresse la sua contrarietà alla richiesta di indipendenza.
Precedentemente, Mas e i suoi avevano convocato una consultazione non riconosciuta legalmente alla quale avevano partecipato il 35% dei catalani e con un esito schiacciante a favore dell’indipendenza (circa l’80% dei votanti). Prossimi al referendum ufficiale, però, il 4 novembre la Corte spagnola negava la legittimità della ormai prossima consultazione, accogliendo il ricorso del primo ministro Mariano Rajoy. Da lì partivano minacce da Barcellona per nuove consultazioni senza l’autorizzazione di Madrid.
Ed il clima che avvicina le parti alle elezioni regionali è, come sempre, teso. Mas ha deciso di anticiparle, contravvenendo alle previsioni iniziali di una tornata ad ottobre e lanciando, così, un messaggio provocatorio – peraltro annunciato da mesi – al governo centrale.
Tre le coalizioni che si presenteranno: “Catalunya Sí que es Pot” (“Catalogna, si può fare”), gli indipendentisti di “Junts pel sì” (“Uniti per il sì”), e Ciutadans, ossia un partito nazionale nato in Catalogna nel 2006 che si dichiara post-nazionalista e progressista. “Junts pel sì” ha come obiettivo l’indipendenza, a prescindere dalle differenze politiche tra i partiti che ne fanno parte, tanto conservatori (quanto l’ala a cui appartiene Mas) che progressisti di sinistra come Raul Romeva, candidato presidente. Dichiaratamente di sinistra e vicina a Podemos è, invece, “Catalunya Si que es Pot”, favorevole ad una maggiore autonomia ma non ad un’indipendenza.
Il dibattito sull’indipendenza è ormai questione ultradecennale. Secondo le informazioni pubblicate dal The Guardian, i cittadini catalani sarebbero divisi a metà tra indipendentisti e “nazionalisti”, con un leggero vantaggio per la permanenza nel Regno di Spagna. “Junts pel sì” potrebbe, in virtù del sistema proporzionale in vigore, ottenere la maggioranza dei seggi, il che rappresenterebbe un’altra grana per il governo centrale. Che però ha emesso una proposta di legge il 2 settembre che aumenterebbe considerevolmente il potere della Corte Costituzionale. Inevitabile la polemica di Mas: “Vogliono impedirci di arrivare ad un referendum ufficiale”.
La stampa nazionale (El Pais in testa) intanto critica ferocemente il leader catalano, accusato di pretendere il coinvolgimento di tutti i catalani nelle sue aspirazioni indipendentiste, senza un reale riscontro. Senza dimenticare che, a fine anno, ci saranno le elezioni nazionali.
Stelio Fergola