TEL AVIV – Sono oltre 400 i morti della nuova ondata di attacchi aerei dell’esercito israeliano sulla Striscia di Gaza, che segna la fine della tregua tra Israele e Hamas. Nella notte del 18 marzo, l’Idf ha lanciato una serie di raid contro obiettivi del movimento islamista. Tra questi, centinaia di siti, ricostruiti nei due mesi di cessate il fuoco, e più di 20mila nuovi terroristi reclutati da Hamas e dalla Jihad islamica. Per il ministro della Difesa dello Stato ebraico Israel Katz, gli attacchi sono dovuti al rifiuto del gruppo islamico di rilasciare i 59 ostaggi ancora detenuti a Gaza. Sulla Striscia “si apriranno le porte dell’inferno” e “Hamas verrà colpito con una forza mai vista prima”, ha dichiarato.
L’ordine all’esercito israeliano di “agire con forza” contro l’organizzazione islamica è arrivato dal primo ministro Benjamin Netanyahu dopo il rifiuto della proposta di tregua dell’inviato speciale americano per il Medio Oriente Steve Witkoff.

Come riferisce una nota dell’ufficio del premier dello Stato ebraico, l’obiettivo è “raggiungere gli scopi della guerra, tra cui il rilascio di tutti gli ostaggi, vivi e deceduti”. Motivo per cui è stata ordinata l’evacuazione dei residenti della Striscia che si trovano nelle zone confinanti con Israele. Si attendono novità, inoltre, dal gabinetto di sicurezza israeliano, riunito in via emergenziale e presieduto dal premier Netanyahu.
Convocata una delegazione di Hamas al Cairo dopo gli attacchi
In questo modo a Gaza torna a crescere il bilancio delle vittime, dopo che i raid dell’Idf hanno colpito, tra gli altri obiettivi, una tendopoli a Khan Younis nel sud della Striscia.
Il ministero della Sanità gestito da Hamas ha annunciato su Telegram che “finora sono 404 i martiri e 562 i feriti giunti negli ospedali di Gaza”. Ma “diverse vittime sono ancora sotto le macerie e sono in corso le operazioni di recupero”. Negli attacchi, sarebbe rimasto ucciso anche Issam Da’alis, il capo di governo della Striscia.
Funzionari del gruppo islamico, inoltre, hanno affermato di essere in contatto con i mediatori “per fermare l’aggressione di Israele”. Secondo le indiscrezioni del quotidiano qatariota al-Araby al-Jadeed, infatti, alcuni membri dell’intelligence egiziana avrebbero convocato d’urgenza una delegazione di Hamas al Cairo dopo gli attacchi dell’Idf.
La protesta delle famiglie degli ostaggi e il “via libera” di Trump agli attacchi dell’Idf
Il Families Forum – la più grande associazione di familiari di ostaggi in Israele – ha chiesto al premier Netanyahu di “smettere di uccidere” i loro cari, dopo i raid lanciati dall’esercito dello Stato ebraico. E ha poi annunciato una manifestazione a Gerusalemme nei pressi della Knesset, il parlamento israeliano, chiedendo garanzie al governo su “come gli ostaggi saranno protetti dalla pressione militare”. In un comunicato stampa, l’associazione ha evidenziato a chiare lettere: “Smettete di ucciderli adesso!”.
Il “via libera” di Trump a Israele per colpire Hamas
Ad aver dato il “via libera” a Israele per la ripresa delle operazioni militari contro Hamas, sarebbe stato il presidente americano Donald Trump. È quanto affermato da un funzionario israeliano al Wall Street Journal, che sottolinea come lo stesso via libera sia arrivato dopo il rifiuto del gruppo islamico di rilasciare gli ostaggi israeliani.
Dall’Onu all’Anp, dall’Iran alla Cina: le reazioni ai raid israeliani
I raid israeliani sulla Striscia di Gaza hanno suscitato la reazione della comunità internazionale. A partire dall’Onu. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Turk, in una dichiarazione rilasciata a Ginevra, si è detto “inorridito dagli attacchi aerei e dai bombardamenti di Israele a Gaza”. E ha poi aggiunto: “La guerra deve finire. Questo incubo deve finire immediatamente”. È in corso di svolgimento, inoltre, una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per un briefing su Gaza e “la questione palestinese” alle 10: incontro in programma già da prima che Israele riprendesse i bombardamenti sulla Striscia nella notte.
Dura anche la reazione dell’Autorità nazionale palestinese, che ha sollecitato “un intervento internazionale urgente per fermare il genocidio e lo sfollamento del nostro popolo a Gaza”. Per poi accusare Israele di “voler venir meno ai suoi obblighi di porre fine alla guerra e bloccare gli sforzi internazionali a sostegno del piano di ricostruzione della Striscia e della creazione dello Stato palestinese”.
Per il ministero degli Esteri della Turchia “Israele sta sfidando l’umanità e violando il diritto internazionale e i valori universali nel modo più grave”. L’uccisione di “centinaia di palestinesi a Gaza dimostra che la politica di genocidio del governo di Netanyahu”, si legge in una nota dello stesso dicastero turco.
La Cina, tra gli altri, sollecita misure per “prevenire un disastro umanitario” a Gaza. Pechino ha invitato Israele e Hamas a “evitare qualsiasi azione che possa portare a un’escalation della situazione”.
Arriva, nel frattempo, la condanna dell’Iran che definisce i raid israeliani sulla Striscia una “continuazione del genocidio e della pulizia etnica” nell’enclave palestinese. Per Teheran, anche gli Stati Uniti hanno una “responsabilità diretta”.
Tra le altre reazioni, anche quella dell’Unione europea. La Commissaria dell’Ue per l’uguaglianza, la preparazione e la gestione delle crisi Hadja Lahbib ha chiarito come “la rinnovata escalation a Gaza è devastante. È un imperativo tornare immediatamente a un cessate il fuoco per evitare ulteriori perdite di vite umane e distruzione”. L’Unione europea, inoltre, ha chiesto che “Hamas liberi gli ostaggi e che Israele mostri moderazione” deplorando la ripresa dei bombardamenti a Gaza.
Crosetto: “L’innalzamento dei toni di Israele è conseguenza dell’atteggiamento di Hamas”
Dall’Italia, invece, parla il ministro della Difesa Guido Crosetto, secondo cui “l’innalzamento dei toni” da parte di Israele è “la conseguenza di un atteggiamento di Hamas sul rientro degli ostaggi”. Dopo aver espresso la sua preoccupazione sulla ripresa delle operazioni militari israeliane a Gaza, Crosetto ha parlato del ripristino della tregua: “Non sono ottimista, ma noi lavoreremo”.